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Android, iPhone, insalata con pomodori: lo squallore – mica tanto – celato del blogging di settore.

Molto spesso mi ritrovo a parlare con amici del fatto che la blogosfera italiana si stia inflazionando enormemente. Nuovi blog spuntano come funghi quotidianamente supportati dall’immancabile piattaforma WordPress che – con un semplice drag e drop su Filezilla – rende ognuno di noi un Webmaster, un CEO (di noi stessi?), un SEO Expert, un Sysadmin e, infine, una grottesca divinità chiamata blogger.

Per questa insana facilità di mezzi con cui si apre uno spazietto personale chiamato Blog, ci ritroviamo la rete piena di ragazzetti quattordicenni alle prese col loro primo smartphone comprato da papà e mammà per l’esame di terza media. Iniziano così a scrivere del loro giocattolo pieno zeppo di giochi crackati invece di apprendere, leggere e sperimentare. 

YouTube. Mari di recensioni; di videoconfronti; di parlate foreveralone davanti alla webcam. Una più patetica dell’altra. Persone incompetenti che non sanno nemmeno indicare a cosa serva una CPU.

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